NOVITA’ FASA: OPERATIVA LA COPERTURA SANITARIA INTEGRATIVA PER I LAVORATORI LICENZIATI

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FASA La copertura sanitaria integrativa FASA è estesa a tutti i soggetti a cui viene applicato il CCNL dell’industria alimentare che, alla data di cessazione del rapporto di lavoro, risultino iscritti al Fondo FASA da almeno 12 mesi.

Tale copertura decorrere dal 1° luglio 2017 ed è operativa per i lavoratori licenziati e i rispettivi beneficiari, ovvero, coniuge, convivente more uxorio, figli fiscalmente a carico, e prevede il mantenimento delle stesse condizioni assicurative, già riconosciute nel periodo di iscrizione al Fondo precedente alla cessazione del rapporto di lavoro.

Vi invitiamo a scaricare l’informativa e a rivolgerVi presso i nostri uffici per ricevere informazioni sulla PROCEDURA che il lavoratore licenziato deve seguire per fruire del beneficio e sulla documentazione necessaria da presentare al Fondo.

> > SCARICA L’INFORMATIVA

LA PENSIONE per I LAVORATORI PRECOCI

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L’intesa sottoscritta da CGIL CISL e UIL con il Governo Renzi, in data 28 settembre 2016, introduce un miglioramento rispetto alla Legge Fornero con la possibilità di uscita dal lavoro con 41 anni di contributi, a prescindere dall’età anagrafica, nei confronti di quei soggetti che hanno lavorato prima dei 19 anni, per almeno 12 mesi in modo effettivo anche non continuativi e che risultino in possesso di anzianità contributiva al 31.12.1995 (cioè sono nel cd. sistema misto).

Si tratta di un intervento selettivo in quanto per poter entrare in questa possibilità gli interessati dovranno riconoscersi, inoltre, in almeno uno dei cinque seguenti profili di tutela:

lavoro precoce

Ai fini del conseguimento del beneficio gli interessati devono produrre una doppia domanda:
– la prima, volta all’accertamento della sussistenza delle sopra indicate condizioni (entro il 15 luglio 2017) a cui l’Inps darà risposta (positiva con indicazione della prima decorrenza utile o negativa in mancanza dei suddetti requisiti)
– la seconda, entro il 15 Ottobre 2017, volta ad accedere al beneficio vero e proprio. Essendoci un vincolo annuo di bilancio è prevista una particolare procedura di monitoraggio delle domande in funzione della data di maturazione del requisito contributivo agevolato di 41 anni e, a parità della stessa, in base alla data (e ora) di presentazione dell’istanza di accesso.
Dall’anno prossimo le domande dovranno essere presentate entro il 1° marzo e l’Inps comunicherà l’accettazione o meno dell’istanza entro il 30 giugno.

**Anche il requisito di anzianità contributiva agevolato pari a 41 anni resta soggetto ai futuri adeguamenti alla speranza di vita dal 1° gennaio 2019
LAVORI GRAVOSI: al momento del pensionamento, svolgimento delle professioni da almeno 6 anni continuativi

> >Domande entro il 15 luglio 2017 < <

> > Scarica il volantino

APE SOCIALE: domanda da presentare entro 15 luglio 2017

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L’intesa sottoscritta da CGIL CISL e UIL con il Governo Renzi, in data 28 settembre 2016, introduce la possibilità di accedere alla pensione ‘legata all’età anagrafica’ anticipatamente rispetto a quanto prevede la Legge Fornero, a determinate condizioni. Vediamo una sintesi:

Che cos’è?

L’Ape sociale è una “indennità” a carico dello Stato, corrisposta – fino al compimento dell’età pensionabile di vecchiaia – a quei lavoratori che soddisfino determinati requisiti e che si trovano in determinate condizioni di disagio.

A chi spetta?

La prestazione spetta agli iscritti all’Assicurazione generale obbligatoria Inps (Ago), alle sue forme sostitutive ed esclusive e alla gestione separata. Il beneficio è previsto solo per i lavoratori che, al momento della richiesta, hanno cessato l’attività lavorativa.

Può richiedere l’Ape sociale chi, oltre a ciò, non è titolare di trattamento pensionistico diretto, ha compiuto almeno 63 anni di età e si trova in una delle seguenti condizioni:
1 – è in possesso di almeno 30 anni di contributi, è disoccupato ed ha concluso da almeno 3 mesi la fruizione della disoccupazione;
2 – è in possesso di almeno 30 anni di contributi e, al momento della richiesta, assiste da almeno 6 mesi il coniuge, la persona in unione civile o un parente di 1° grado, convivente, con handicap grave;
3 – è in possesso di almeno 30 anni di contributi e ha un’invalidità civile riconosciuta di grado pari almeno al 74%
4 – è un lavoratore dipendente in possesso di almeno 36 anni di contributi che, alla data della domanda di accesso all’Ape sociale, svolge da almeno 6 anni, in via continuativa, attività gravose o lavori usuranti.

I contributi necessari

Per il perfezionamento del requisito contributivo richiesto per ciascuna tipologia di beneficiari, si tiene conto di tutta la contribuzione, versata/accreditata a qualsiasi titolo presso l’Assicurazione generale obbligatoria (Ago), le sue forme sostitutive ed esclusive e la gestione separata.

Il riconoscimento dei requisiti

E’ necessario presentare all’Inps di residenza – tramite le sedi del Patronato INAS Cisl – la domanda di riconoscimento dei requisiti per l’accesso all’Ape.

Le domande con i requisiti raggiunti entro il 2017 vanno presentate entro il 15 luglio

Chi li raggiunge nel 2018, dovrà fare domanda entro il 31 marzo del prossimo anno

ape

DUE ANNI DI CONQUISTE DELLA FAI CISL

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PROTAGONISTA DEL PRESENTE, PROIETTATA AL FUTURO

Il 2016 è alle spalle, con il suo carico di fatica e di vittorie. Per la Fai Cisl si apre un nuovo anno denso di sfide e di opportunità, a cominciare dall’apertura della fase congressuale. Percorso che si inserisce in un contesto economico e sociale assai difficile e che richiede il contributo più largo e responsabile nella direzione di proposte capaci di realizzare le aspettative dei nostri lavoratori e delle loro famiglie.

Luigi-Sbarra In un anno e mezzo abbiamo già fatto tanta strada, con progressi formidabili sia sul versante politico e rivendicativo che su quello contrattuale e legislativo. Il 2016 è stato l’anno importante per l’unanime riconoscimento delle eccellenti potenzialità del sistema agroalimentare del nostro Paese. Tutti gli indicatori economici e sociali segnalano le virtù anticicliche dei nostri comparti di riferimento sindacale rispetto ad altri. Ma il 2016 può essere ricordato anche per la conquista della legge contro il caporalato attesa da anni. Un traguardo storico, che finalmente dota l’Italia di strumenti penali e di leve sociali capaci di metterla in linea con gli altri grandi Paesi europei. La nuova disciplina contro lo sfruttamento del lavoro agricolo premia la mobilitazione della nostra Federazione, iniziata con la manifestazione di Rosarno nel 2015 e culminata con la grande sfilata nazionale di Bari del 25 giugno 2016, quando oltre 15 mila braccianti agricoli hanno unito voci e bandiere per invocare una svolta di dignità e giustizia, su precisi punti di merito. Quelle voci e quelle bandiere, insieme a un’incessante attività di pressing istituzionale da parte della Fai nazionale, hanno creato le condizioni per sbloccare un provvedimento sui quali contenuti rivendichiamo con orgoglio la paternità.

Lo scorso anno abbiamo inoltre ottenuto la firma con i Ministeri del Lavoro, dell’Agricoltura e dell’Interno del cosiddetto Protocollo del Viminale, che apre ad azioni partecipate sul tema dei lavoratori immigrati con interventi su integrazione, politiche abitative, sicurezza, trasporti, formazione in corrispondenza dei territori maggiormente colpiti dallo sfruttamento.

Contemporaneamente abbiamo neutralizzato il rischio di un innalzamento a 7mila euro del pagamento consentito dalle singole aziende mediante voucher e accorciato drasticamente i tempi di comunicazione all’Inps per la relativa tracciabilità. La nostra battaglia per l’abolizione dell’odioso buono-lavoro in agricoltura prosegue ora senza sosta.

Sempre sotto il profilo legislativo, abbiamo lavorato insieme al livello confederale per incalzare il Governo su un Piano Casa che esalti il ruolo dei lavoratori idraulico-forestali e dei consorzi di bonifica. La mobilitazione Fai ha poi condotto all’adozione di un Piano nazionale e all’istituzione di un tavolo partecipato in Conferenza delle Regioni compartecipato anche dal Ministero delle Politiche agricole e forestali. Strumento che deve puntare allo sviluppo delle immense potenzialità dell’economia della foresta, dei bacini e dei corsi idrici, della montagna a partire dalla valorizzazione del lavoro di comparto, dalla difesa dei livelli occupazionali, dal rilancio dei salari e delle condizioni di lavoro, anche mediante lo sblocco del contratto nazionale.

L’impegno della Fai Nazionale e’ stato, inoltre, molto importante, deciso ed in alcuni casi risolutivo nella gestione dei tavoli su molte crisi aziendali presso il Ministero dello Sviluppo e del Lavoro con risultati positivi per la tenuta dei livelli occupazionali e per la continuità produttiva di molte realtà di impresa.

In una stagione in cui la contrattazione e i corpi intermedi sono stati posti sotto duro attacco, abbiamo conquistato rinnovi di grande valore e prospettiva.

Risultati che hanno conferito al sindacato vera autorità contrattuale al servizio dei lavoratori e del Paese. Così nell’industria alimentare, così nella cooperazione alimentare e nella piccola e media impresa alimentare, così negli accordi per la cooperazione agricola, per i consorzi di bonifica, fino ad arrivare al contoterzismo e alla pesca.

I nuovi contratti hanno coinvolto una platea complessiva vicina al milione di persone. Tanti gli elementi che hanno dato corpo alla visione contrattuale della Fai-Cisl. Vale per la partecipazione dei lavoratori alle dinamiche d’impresa; per l’aggiornamento degli assetti contrattuali; per il potenziamento dei rapporti paritetici. Vale per il contrasto alle disparità di genere, per l’integrazione dei diritti contrattuali ai non italiani, per il consolidamento di welfare integrativo, formazione congiunta e nuove modalità di telelavoro e lavoro agile.

Tante novità che contribuiscono a migliorare le condizioni di lavoro e rilanciano in concreto il valore reale dei salari. Si aggiungono incrementi retributivi che non si limitano ad una logica difensiva, ma aumentano concretamente il potere d’acquisto dei nostri lavoratori rilanciandone i consumi. I rinnovi garantiranno entro il 2020 lo sblocco contrattuale di oltre 4 miliardi di euro. Risorse che renderanno più pesanti le buste paga, alle quali si aggiungeranno i frutti di una negoziazione decentrata territoriale e aziendale più forte ed estesa.

Le salite non sono mancate. Già nei primi mesi di gestione commissariale, e fino ad oggi, abbiamo lavorato contro forze interne ed esterne per riguadagnarne governabilità, trasparenza, certezza delle regole. Abbiamo operato per ripristinare buona gestione amministrativa, verso la necessaria certificazione etica dei bilanci da parte di aziende esterne. Abbiamo aumentato i trasferimenti alle strutture territoriali, legando l’erogazione di ogni euro a precisa progettualità. Abbiamo condiviso, assimilato e applicato un codice etico di assoluta importanza, che impegna i dirigenti dell’Organizzazione ad operare in coerenza con i più rigorosi precetti deontologici e morali. Insomma: abbiamo prosciugato e sanato stagni troppo a lungo non presidiati ed operato interventi e provvedimenti finalizzati al pieno e rigoroso rispetto delle norme in materia di utilizzo delle risorse, tesseramento, gestione oculata del patrimonio finanziario e immobiliare della Federazione. Era necessaria una forte discontinuità con il passato caratterizzato da pesanti e ingombranti “ombre”! Ancora oggi, alcuni, continuano ad “agitarsi” nel tentativo di frenare o condizionare il nuovo corso.

Se siamo riusciti a superare le difficoltà trasformando i rischi in opportunità è merito del contesto di ritrovata unità e coesione della nostra Federazione, ad ogni livello. Grazie, dunque, al lavoro e all’impegno di tanti delegati, quadri, operatori, dirigenti che nei luoghi di lavoro, sui territori e nelle strutture regionali si sono spesi senza risparmiarsi remando nella stessa direzione. Un gioco di squadra che ha portato risultati concreti e ci ha fatto crescere, rimettendo al centro dell’attenzione e dell’agenda nazionale il ruolo della contrattazione nei settori dell’agricoltura, dell’industria alimentare, dei comparti ambientali, della pesca.

Motore di questo corso, anche una formazione sindacale riavviata, potenziata, resa organica alle strategie organizzative e alle politiche dei quadri. La Fai ha attivato un piano formativo pluriennale che ha dato vita a tanti importanti cicli formativi rivolti a giovani operatori, delegati e dirigenti ad ogni livello. Vanno in questo senso i corsi ed i seminari sulla contrattazione, la pariteticità, il welfare, la rappresentanza; vanno in questa direzione gli approfondimenti per i divulgatori della bilateralità; seguono questo faro, ancora, gli aggiornamenti su anagrafe degli iscritti e gestione della contabilità. Uno sforzo che ha coinvolto e sta coinvolgendo tutti i livelli organizzativi sia nella sede nazionale del Centro Studi Cisl, sia nelle sedi decentrate regionali e interregionali. Dopo una fase di appannamento, nell’ultimo biennio si sono tornati così ad esaltare i momenti di crescita culturale, sindacale e di aggregazione delle Fai del Nord, del Centro e del Sud. Una politica che ha dato frutti anche in termini di dinamiche associative. In questi due anni la Federazione non si è limitata a interrompere la dolorosa emorragia di iscritti che l’ha colpita fino al 2014. Ha decisamente invertito la rotta. La Fai è infatti cresciuta, radicandosi ed estendendo la propria rappresentanza tra i giovani , le donne , gli immigrati , tra i piccoli produttori (Asssolapa) con l’ingresso di oltre 15 mila nuovi associati, pari a un incremento di oltre il 7 per cento degli iscritti.

La politica del proselitismo va ancora meglio sviluppata nel territorio per recuperare pezzi di rappresentanza nei nostri comparti presidiando meglio luoghi di lavoro, leghe, rivendicando maggiore attenzione e disponibilità verso i nostri associati dalla rete dei servizi della CISL. L’azione deve continuare ora nella direzione dell’innovazione e del cambiamento, del rinnovamento e della trasparenza e, soprattutto, del pragmatismo e della concretezza. Il solco è quello tracciato a livello confederale da Annamaria Furlan: una linea politico organizzativa fondata sul rigore e la limpidezza dei comportamenti, sul pieno rispetto delle regole interne, su forti valori etici e morali. Questioni ineludibili se si vuole un sindacato credibile e accreditato, dai propri associati e da tutti i cittadini. Questa la linea per rinsaldare il ruolo di una Fai autonoma, libera, autorevole. Questo il sentiero per una Federazione più vicina ai bisogni della persona e naturalmente tesa alla solidarietà, alla coesione, al bene comune.

QUESTA LA STRADA PER PRENDERE INSIEME, SALDAMENTE, LE REDINI DEL PRESENTE E PROIETTARCI DA PROTAGONISTI NEL FUTURO.

Segreteria Nazionale Fai Cisl

COMITATO ESECUTIVO Roma, 13 settembre 2016 Relazione Annamaria Furlan

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COMITATO ESECUTIVO
Roma, 13 settembre 2016
Relazione Annamaria Furlan


Care Amiche, Cari Amici

furlan è con profonda commozione che come prima cosa voglio dedicare un ricordo al nostro caro amico Pietro Merli Brandini, venuto a mancare lo scorso 2 settembre all’affetto dei suoi cari.

Un grande sindacalista e un grande uomo, di grande spessore intellettuale, ma anche di straordinaria umanità, che ha fondato ogni sua azione sindacale sulla valorizzazione e sulla strategicità della contrattazione e della concertazione. Una lunga carriera da dirigente sindacale della Cisl, segretario confederale dal 1977 al 1983, con ruoli di rappresentanza nel Comitato economico e sociale dell’Unione europea (1958-1978) e nel Tuac-Ocse (organismo sindacale presso l’Ocse), è stato anche Presidente del Cenform, il Centro Formazione, Studi e Ricerche di Roma.

La Cisl gli deve molto, deve molto al suo pensiero aperto e coraggioso, alla sua tempra e alla sua profonda serietà e lungimiranza nelle relazioni economiche e industriali, dagli anni 60 in cui è stato protagonista, fino ai nostri giorni. Non ha mai smesso di “ragionare e analizzare” tutte le dinamiche dell’attualità economica, politica e sindacale, fornendo sempre a tutti noi spunti mai banali e mai retorici.

Alla famiglia va l’abbraccio ideale mio personale e di tutto l’Esecutivo della Cisl. Grazie Pietro.

Si apre l’orizzonte politico si oscura la prospettiva economica

Voglio fare il punto, anzitutto, sugli accordi siglati che ci hanno visti protagonisti in questi ultimi due mesi.

Il 14 luglio scorso CGIL, CISL, UIL e Confindustria hanno stipulato l’Accordo per estendere, quanto più possibile, attraverso la contrattazione, anche alle PMI e anche in assenza di Rappresentanza sindacale aziendale la detassazione del salario di produttività, prevista dalla Legge di stabilità 2016 e dal relativo Decreto dello scorso 25 marzo, grazie al riconosciuto protagonismo della CISL.

Il Comunicato congiunto riconosce grande rilievo allo “sviluppo della cultura del coinvolgimento paritetico dei lavoratori nell’organizzazione del lavoro”.

Qualche giorno fa, il 1° settembre, CGIL, CISL, UIL e Confindustria hanno sottoscritto l’Accordo sulle politiche del lavoro, con particolare attenzione ai processi di ricollocazione dei lavoratori in esubero, al ruolo decisivo dei Fondi bilaterali interprofessionali, alle tutele occupazionali quando ricorrano le condizioni di risanamento e di ripresa delle imprese chiedendo, nel contempo, al Governo il potenziamento degli ammortizzatori sociali senza aggravio di costi.

Il 6 settembre e ieri, 12 settembre, si sono svolti al Ministero del lavoro gli incontri con il Ministro Poletti sulla riforma del sistema pensionistico, con l’obiettivo condiviso di cambiare la Riforma Fornero. Nei giorni precedenti, si sono anche svolti gli incontri relativi al tavolo sui temi del mercato del lavoro. Entrambi i confronti si concluderanno con la riunione del prossimo 21 settembre.

Al recente meeting annuale di Cernobbio il Ministro per lo sviluppo economico, Calenda, ha annunciato un Piano strategico per l’Industria 4.0 che diventerà parte integrante e qualificante della Legge di stabilità 2017, dopo un confronto approfondito con le Parti sociali.

Tornerò più in dettaglio sugli Accordi e su quest’ultimo punto, perché mi preme, da subito, sottolineare il profondo cambiamento di clima politico che abbiamo riscontrato.

Sta tornando alla ribalta il protagonismo e la capacità di proposta delle parti sociali, la disponibilità al confronto da parte del Governo, l’apertura di tavoli strategici, ovvero la direzione di marcia che la Cisl, da sola, ha sostenuto con determinazione e lungimiranza per quasi due anni, osteggiata dalle chimere dell’autosufficienza, da un lato, e del massimalismo, dall’altro.

Ne siamo orgogliosi, senza autocompiacimenti né autoreferenzialità che non ci appartengono, per il lavoro e per il Paese, che della convergenza strategica tra Governo e parti sociali, nei nostri intenti realizzata attraverso un grande Patto sociale, ha oggi più che mai un vitale bisogno, più di ieri, perché l’orizzonte economico si sta nuovamente oscurando.

Le stime di agosto di crescita zero nel secondo trimestre di quest’anno sono state, infatti, confermate dall’Istat all’inizio di settembre, con un piccolo aggiustamento statistico relativo al 2015 che consentirebbe nel 2016 una crescita del PIL dello 0,7%, anche se la crescita zero continuasse nel terzo e nel quarto trimestre.

La Legge di stabilità 2016 prevedeva una crescita dell’1,6%, poi ridimensionarla all’1,2% e, nella Nota di aggiornamento al DEF, attesa per fine settembre, verosimilmente abbattuta ben al di sotto dell1%, intorno alla metà della stima programmatica iniziale.

Questo mette la sordina alla previsione che crescendo a questi ritmi torneremmo al PIL del 2007 alla fine del 2028.

Si rimuove, poi, il drammatico rischio che la crescita zero non sia l’anticamera del PIL a + 0,7%, ma il prologo di una nuova recessione (sarebbe la terza in 8 anni). Con queste premesse va considerato che tra quanto annunciato dal Presidente del consiglio, Renzi, e i dati reali del ciclo economico lo scarto è troppo grande e in costante aumento per essere rimosso e in questo scarto si gioca il futuro del Paese.

Per queste ragioni urge, anche da parte nostra, tornare ai fondamenti della nostra riflessione strategica. Ce lo impone la nostra responsabilità verso il lavoro e verso il Paese. Ce lo consente l’intelligenza collettiva della nostra autonomia.

Riformismo dei sintomi e riformismo strutturale

Dopo 2 anni e mezzo di Governo Renzi siamo tornati al punto di partenza. Perché? Il Governo non risponde. Si limita a invocare gli effetti, reali, della caduta della domanda globale e della BREXIT. Ma una politica anti ciclica dovrebbe, per definizione, essere in grado di contrastarli!

Dalle indiscrezioni sull’impostazione della Legge di stabilità 2017 sembra che la decontribuzione per le assunzioni-trasformazioni a tempo indeterminato non venga più rinnovata, che l’IRES verrà ridotta dal 27,5% al 24%, che la manovra fiscale sui premi di produttività venga rafforzata e la riforma dell’IRPEF rinviata alla Legge di stabilità del 2018. Il Governo, pur di fronte all’evidenza della crescita zero, non cambia l’impostazione seguita nelle precedenti Leggi di stabilità. Ma la domanda resta aperta: perché siamo tornati a crescita zero?

Da ormai 2 anni, da quando affrontammo in Esecutivo Nazionale la valutazione della Legge di stabilità 2015, la CISL ha formulato un suo modello di analisi e di giudizio sull’efficacia dell’azione di Governo che riassumerei così: il Governo anche se dice di fare riforme strutturali pratica, in realtà, un RIFORMISMO DEI SINTOMI, che interviene, cioè, sui sintomi più evidenti degli squilibri economici e delle sofferenze sociali: dagli 80 euro, all’Irap, agli Imbullonati, all’Imu agricola, alla Decontribuzione, al Super ammortamento, alla Sabatini, agli incentivi all’innovazione, al sostegno alla povertà, al contributo per i figli.

Una batteria così articolata di interventi è, senza dubbio, rilevante e, da parte nostra, ne abbiamo analiticamente soppesato, apprezzato, criticato punto per punto, gli impatti potenziali.

Ma questa politica ha un comune denominatore che le impedisce di essere risolutiva: non aggredisce la matrice strutturale che tiene ancora inchiodata l’economia italiana all’oscillazione tra recessione e stagnazione. E la matrice strutturale, lo diciamo da tempo, è costituita dai consumi e dagli investimenti la cui somma fa la domanda aggregata.

Gli 80 euro – di cui non hanno beneficiato pensionati e incapienti – sono stati azzerati dall’aumento della fiscalità locale; quindi una partita di giro. La Decontribuzione ha incentivato assunzioni e trasformazioni a tempo indeterminato, ma la strada per recuperare il milione di posti di lavoro persi durante la crisi è ancora lunga. Conseguenza: i consumi interni ristagnano e la persistente instabilità favorisce la ripresa della propensione al risparmio.

Gli altri strumenti messi in campo dal Governo riguardano gli incentivi agli investimenti che non danno segnali di ripresa,soprattutto gli investimenti fissi lordi e, nel loro ambito, quelli in macchinari e attrezzature, decisivi per non perdere il ritmo dei cicli di innovazione tecnologica, organizzativa e professionale, quindi per mantenere un elevato indice di competitività. Le ultime rilevazioni ISTAT lo confermano: gli investimenti in macchinari e attrezzature nel secondo trimestre 2016 rispetto al secondo trimestre 2015 sono diminuiti dello 0,3% e rispetto al primo trimestre 2016 dello 0,8%. Perché? Nonostante un incentivo potente: investo 100, ammortizzo 140, aumento la redditività.

Perché l’investimento privato riparte a due condizioni: 1. se c’è una forte ripresa della domanda di beni di consumo che gli garantisca un mercato sicuro per l’aumentata capacità produttiva e 2. se l’investimento pubblico espande la domanda di infrastrutture logiche e fisiche, di tutela ambientale, di prevenzione idrogeologica, di messa in sicurezza antisismica degli edifici pubblici dalle scuole, agli ospedali e così via.

In assenza di questi vettori strutturali (veri) tutta la batteria degli strumenti di incentivazione spara a salve. In presenza della base strutturale diventa un potente moltiplicatore, perché ha un moltiplicando reale da moltiplicare.

Ecco perché il riformismo dei sintomi dopo 2 anni non ha prodotto la svolta ciclica attesa. E perché, invece, un Riformismo strutturale (non nominalistico) sarebbe in grado di realizzarla e di dare efficacia ausiliaria anche al riformismo dei sintomi, che da solo è impotente.

E la produttività? Il nostro criterio di valutazione è pertinente anche in riferimento al fattore decisivo della competitività del Paese. Per quanto ci riguarda abbiamo fatto tutto ciò che compete al nostro ruolo, ovvero predisporre la strumentazione per favorire e per gestire la crescita della produttività: detassazione del salario di produttività (che il Governo ha correttamente recepito), gestione delle ricadute sui modelli organizzativi delle innovazioni tecnologiche, innovazioni dei modelli di inquadramento per leggere i nuovi skill professionali, formazione permanente, relazioni sindacali partecipative.

Tutta la strumentazione di sistema per gestire tassi elevati di aumento della produttività è in campo. Manca, però, il motore che avvii il processo e il motore sono gli investimenti in innovazioni tecnologiche e processi innovativi ad alto contenuto di specializzazione. Il Paese non riparte se non c’è una forte ripresa della domanda aggregata non dà il colpo di inizio. Se la produttività non cresce tutta la strumentazione preparata con lungimiranza per gestirla, ottimizzarla, distribuirne equamente i guadagni resterà al palo. Noi abbiamo fatto la nostra parte integralmente. Ora il Governo deve fare la sua per rimettere in moto gli investimenti.

Che cosa consegue da queste brevi osservazioni? Che il Governo di fronte al pericolo di una nuova recessione non può procedere con la vecchia impostazione, tutta giocata dal lato dell’offerta, che ha dimostrato i suoi limiti e deve impostare sul rilancio della domanda interna tutta la manovra di finanza pubblica. Questo è il baricentro sul quale concentrare risorse e forza d’urto e dev’essere selettivo poiché 15 Mld di euro (metà della probabile manovra 2017) sono già impegnati per disinnescare le clausole di aumento automatico dell’Iva. Solo a queste condizioni la decisa ripresa della domanda di beni di consumo trascinerà stabilmente l’investimento e la crescita fuori dalla palude nella quale continuano a essere impantanati.

Tutti i corollari che rafforzano la domanda, dalla quattordicesima per i pensionati, al mantenimento della decontribuzione, al rinnovo adeguato dei Ccnl del Pubblico impiego, alla lotta alle povertà sono benvenuti, ma il baricentro dev’essere l’Irpef.

La seconda deduzione riguarda l’investimento pubblico.

Ci attendiamo un programma di investimenti in infrastrutture logiche e fisiche importante, stornato dal calcolo del deficit e un piano di investimenti di lunghissimo termine nella tutela idrogeologica del nostro Paese e nella messa in sicurezza antisismica degli edifici pubblici, accompagnata da una radicale revisione delle incentivazioni fiscali alle ristrutturazioni antisismiche degli edifici privati, sulla base di un’accurata definizione degli indici di rischio sull’intero territorio nazionale.

Se un’operazione di questo tipo fosse stata avviata ai tempi del terremoto del Belice, del Friuli o dell’Irpinia oggi non ci troveremmo a piangere i morti di Amatrice e di Arquata del Tronto. Dopo ogni tragedia l’inettitudine di una rappresentanza politica, senza distinzione di partiti, storicamente incapace di impegnarsi su un programma serio e inderogabile di tutela del territorio e di salvaguardia della vita dei cittadini riesplode inesorabile. Lo straordinario slancio concreto di solidarietà e di partecipazione che anche in questa occasione si è manifestato, la prova confortante della stupenda forza morale di cui il nostro Paese ancora dispone, meriterebbe il rispetto e l’onore di una risposta strategica adeguata alla profondità di una tale testimonianza!

Le linee di intervento descritte costituiscono il dispositivo strutturale in grado di superare il punto di non ritorno della svolta ciclica.

Dobbiamo dire che abbiamo apprezzato l’intervento rapido del Governo nell’istituire il progetto “Casa Italia” e nel coinvolgimento di tutte le parti sociali e dell’impresa del Paese: abbiamo avuto una prima consultazione il 6 settembre e questo pomeriggio è stata convocata una seconda riunione dal Sottosegretario Claudio De Vincenti che affronterà il tema della “Ripresa economica delle zone colpite dal sisma”, insieme al Commissario straordinario per la ricostruzione, Vasco Errani, e la Protezione Civile.

La Cisl, come sapete, sostiene la proposta di un progetto pilota per salvaguardare i borghi e i centri storici, finanziato da project bonds con l’appoggio dell’Europa, scorporando la spesa per questi investimenti dal calcolo del deficit pubblico.

Riteniamo, dunque, molto importante che sia partita questa fase di concertazione con tutte le parti sociali sulla ricostruzione delle aree terremotate e complessivamente sul tema della messa in sicurezza del territorio, delle case degli italiani, delle scuole e del patrimonio architettonico. C’è bisogno di una nuova politica di prevenzione delle calamità naturali, per la sicurezza del territorio e del dissesto idrogeologico, che sappia lavorare e prevedere soluzioni a lungo termine.

La concertazione serve non solo nel rapporto tra le parti sociali, ma anche tra i livelli istituzionali nazionali e locali.

Care Amiche, Cari Amici,

quello che ho tracciato con consapevole decisione in questa relazione esprime una profonda preoccupazione: che il Paese precipiti nella terza recessione in 8 anni e che una tale, infinita, permanenza nella crisi renda possibile un radicale cambiamento del quadro politico.

L’alleanza dei nazional populismi razzisti, xenofobi, anti Europa e anti euro, sta lì, pronta all’incasso delle elezioni politiche. Tutti i sondaggi concordano nella previsione secondo la quale, con il nuovo sistema elettorale, da un eventuale ballottaggio tra PD e Movimento 5 Stelle uscirebbe ampiamente vincente il M5S. La cui ultima proposta è l’uscita dell’Italia dall’euro.

Il disastroso tentativo di decollo dell’Amministrazione Raggi a Roma, dopo l’investitura plebiscitaria conseguente al fallimento senza appello della stagione di “Mafia Capitale” è inquietante. Il Governo della Capitale d’Italia è in panne.

Più in generale un dato è certo: una nuova recessione produrrebbe sul lavoro, sul Paese, sugli assetti democratici lesioni strutturali ad alto rischio. Per queste ragioni dev’essere evitata.

Per le medesime ragioni bisogna continuare ad incalzare il Governo sulla via della costruzione di un vero e proprio Patto sociale – per il quale la Cisl si batte da anni – che è l’unico strumento con cui il Paese può uscire vincente!

Abbiamo condiviso l’ispirazione espansiva della politica economica del Governo, ma ne abbiamo costantemente criticato la debole traduzione riformista e abbiamo sempre accompagnato la critica motivata con proposte alternative.

Sulla gestione del Referendum istituzionale, dopo aver tentato la carta della legittimazione plebiscitaria, legando indissolubilmente il suo destino politico all’esito del Referendum, Renzi, di fronte al rischio della vittoria del No, ha riconosciuto l’errore. Sta tentando di disinnescare i rischi oligarchici che la combinazione tra Riforma istituzionale e Legge elettorale comporta e che anche la CISL ha sottolineato lasciando, nel Referendum, libertà di scelta ai suoi quadri, ma riconoscendo gli aspetti positivi della Riforma istituzionale, rispetto e coerentemente alle nostre proposte e valutazioni degli ultimi anni.

Le anticipazioni del Ministro dello sviluppo economico Calenda a Cernobbio rappresentano una novità importante sotto il profilo di un rinnovato dialogo sociale. Il Piano per l’INDUSTRIA 4.0 che, dopo il confronto con le Parti sociali, sarà inserito nella Legge di stabilità, per la prima volta segue un’impostazione sistemica concordata con i Ministeri dell’economia e dell’Istruzione e Università che va dai finanziamenti pubblici alla ricerca; all’introduzione di un nuovo super ammortamento finalizzato all’innovazione delle imprese; alla creazione di un gruppo di Università di eccellenza in sinergia con le imprese (scambio di ricercatori e consulenze).

Da tempo sosteniamo, infatti, che solo un Progetto Paese integrato e un coerente disegno di politica industriale può dare alla svolta ciclica la prospettiva di un ciclo lungo di crescita, di coesione sociale, di stabilità democratica. In questo senso il nostro lavoro anche in campo sociale, insieme alla rete dell’Alleanza contro la povertà, è stato determinante in un cambio di schema che traspare nel Ddl contro la povertà.

Ventotene: la potenza dei simboli e l’afasia del progetto

Il 22 agosto Renzi insieme allla Merkel e a Hollande hanno reso omaggio, a Ventotene, alla tomba di Altiero Spinelli e hanno tenuto l’atteso vertice dopo la BREXIT sulla portaerei Garibaldi. Chi, come noi, si aspettava un forte colpo d’ala nel rilancio del progetto europeo è rimasto deluso.ante in un cambio di schema che traspare nel Ddl contro la povertà.

Al di là del rito hanno prevalso gli interessi nazionali immediati e l’ombra lunga delle elezioni politiche del 2017 in Francia e in Germania. La Merkel voleva la conferma del Fiscal Compact e dell’Accordo sui migranti con la Turchia di Erdogan. Hollande, che ha sospeso Schenghen sino a ottobre, il rafforzamento della sicurezza comune europea. Renzi ulteriori margini di flessibilità di bilancio (circa 10 Mld) per mantenere il deficit intorno al 2,5%, anziché ridurlo al 1,8%. E su tutti i punti il nuovo Direttorio europeo, dopo l’uscita della Gran Bretagna, ha trovato la quadratura.

Le domande di fondo sono state eluse: perché la BREXIT? Perché la crescita, costante, dei nazional populismi xenofobi e razzisti, veicolo del rischio di contagio, di due, tre, quattro BREXIT?

La nostra diagnosi è nota da tempo. Dal 2005, dalla bocciatura francese e olandese della nuova Costituzione europea, l’Europa ha iniziato una regressione inesorabile sui baricentri nazionali lontana anni luce dal Progetto degli Stati Uniti d’Europa di Spinelli. Ne è derivata l’Europa intergovernativa dominata dal Consiglio Europeo e dall’Eurogruppo, che decidono le politiche imposte alla Commissione Europea dagli Stati egemoni e dagli schieramenti di alleanze nazionali che li sostengono.

Un deficit clamoroso di democrazia, poiché decidono non gli organi eletti (Parlamento Europeo), ma le proiezioni europee dei Governi nazionali. Neanche l’euro è riuscito a far maturare la necessità di dare alla moneta comune una Sovranità europea pienamente legittimata.

All’assenza di legittimazione democratica si è associata la politica disastrosa dell’Austerità fiscale, imposta dalla Germania e dai Paesi nordici, responsabile della seconda recessione, esclusivamente europea, iniziata nella seconda metà del 2011 e, per l’Italia, durata sino alla fine del 2014, con il drammatico fardello di sofferenza sociale ad essa associato.

Istituzioni senza popolo e moneta senza sovrano, hanno trasformato l’Europa, agli occhi di gran parte degli europei, in una sovrastruttura estrinseca e le politiche di austerità in una burocrazia ottusa e ostile in rotta di collisione con le condizioni sociali di milioni di cittadini europei, dall’occupazione al reddito, al futuro. Il mantra di una schiera di leader nazionali (che saranno ricordati per la loro pochezza) “ce lo chiede l’Europa!” ha contribuito non poco alla diffusione del virus antieuropeo.

La brutale virata verso i baricentri nazionali ha bloccato ogni avanzamento politico verso la Federazione Europea, la possibilità di una politica estera, di un esercito, di una politica di sicurezza europea capace di dimostrare sul campo ai suoi cittadini e al mondo che l’Europa rappresentava la dimensione istituzionale e politica sovranazionale adeguata a governare dinamiche globali.

La combinazione di tutte queste tare strutturali ha prodotto e consolidato la percezione diffusa di un’Europa che distribuisce sofferenza sociale ed è in balìa di dinamiche sovranazionali che non riesce a governare, dalle migrazioni al terrorismo, fallendo, così, nei suoi compiti essenziali di tutelare il lavoro, la sicurezza, il futuro dei suoi cittadini.

In questo humus sono cresciuti i nazionalpopulismi xenofobi e razzisti. Il caso di Alternative für Deutschland che in tre anni dal nulla è entrato di prepotenza nei parlamenti di 9 Landers su 16 e il 4 settembre ha sconfitto la CDU, il partito della Merkel nel suo collegio, è quanto mai significativo. Di fronte ad eventi di questa portata, il cui messaggio ci dice che se l’Europa continuerà su questa linea la sua fine politica è già scritta (è una questione di tempi tecnici), qual è la risposta dell’Europa?

Per quanto possa apparire folle l’Europa continua con la stessa impostazione politica dell’Europa intergovernativa e delle politiche di austerità (con un po’ di flessibilità) che la stanno portando all’implosione.

Quindi, ancora, che fare?

Per noi si tratta di rivedere profondamente gli effetti del Fiscal Compact sino al raggiungimento di un tasso di crescita del 3% e di aprire una fase costituente che riscriva la Costituzione economica dell’Europa associata ad un avanzamento istituzionale che superi il punto di non ritorno verso la Federazione Europea. Operazione che inizia a smontare, punto per punto, l’assetto istituzionale e le politiche che l’hanno condannata alla deriva della dissoluzione.

L’errore clamoroso della politica europea, che ne misura la pochezza morale e politica, è consistito nel non dire ai propri popoli che la prospettiva del loro benessere e la pienezza della loro cittadinanza (lavoro, welfare, sicurezza, democrazia) poteva essere garantita solo dall’Europa economica e politica unita e dal bene comune che solo al suo interno poteva essere presidiato.

Crisi economica, migrazioni, terrorismo, tutti i fattori della deriva europea hanno un’origine globale che rende impotenti gli Stati nazionali e può essere governata solo da un’Europa federale, nella pienezza dei suoi poteri sovranazionali.
Questa avrebbe dovuto essere la priorità strategica che una rappresentanza politica responsabile e lungimirante avrebbe dovuto spiegare ai suoi popoli e attuare. Oggi la storia, presenta il conto: o il cambio di rotta verso una nuova Costituente o la dissoluzione.
Ma i tempi stringono: elezioni politiche nel 2017 in Francia, Germania, Olanda; elezioni europee nel 2018.

Per queste ragioni proponiamo un pacchetto di misure immediate che dimostrino, sul campo, il segno della svolta politica e istituzionale che si intende realizzare in Europa:
– alzare il Piano europeo di investimenti Junker a 1.000 Mld, integrato dai Piani di investimenti pubblici nazionali sottratti al calcolo del deficit;
– creare un Fondo europeo contro la disoccupazione, integrativo dei Fondi nazionali, quando il tasso di disoccupazione in un Paese membro supera la media europea;
– creare un Fondo europeo per l’occupazione giovanile;
– gestire in base alle quote obbligatorie i flussi migratori e avviare immediatamente politiche di cooperazione con i Paesi d’origine per risolvere alla radice il problema nel lungo periodo;
– creare immediatamente una forza militare di sicurezza europea.

Con queste proposte, realistiche e, soprattutto, in grado di dimostrare ai popoli europei le garanzie di futuro che solo l’Europa può offrire, i tre leader, Renzi, Merkel, Hollande dovrebbero presentarsi al Vertice di Bratislava che si terrà nei prossimi giorni e, di fronte alle eventuali obiezioni dei nazionalpopulisti già al potere, dall’Ungheria, alla Polonia, alla Repubblica Ceca, alla Slovacchia, all’Estonia, alla Norvegia ecc., porre il problema dell’Europa a due velocità: da un lato il gruppo dei Paesi fondatori e dei Paesi dell’euro disponibili ad accelerare verso l’Europa politica unita, dall’altro i Paesi che resteranno soltanto nel mercato comune.

Non è più il tempo delle finzioni e dei giri di valzer. Aver inseguito i nazionalismi populisti sul loro terreno sta travolgendo chi ha pensato di sconfiggerli con l’astuzia tattica priva di orizzonte strategico.

Helmut Khol quando decise di abbandonare il marco per l’Euro e di scommettere su una Germania europea e non su un’Europa tedesca dimostrò una straordinaria statura di leader e di statista che Angela Merkel deve ancora dimostrare di avere. E il tempo rimasto è poco.

La mia insistenza sui temi europei, che ho sempre seguito sin dal mio discorso di insediamento, ben prima che Renzi scoprisse Ventotene, ha una semplice motivazione: le disastrose conseguenze per il lavoro se l’Italia uscisse dall’Euro. Cosa tanto auspicata dal populismo di Grillo e Salvini.

Il populismo non serve a nessuno. Ai cittadini occorre dare istituzioni responsabili e democratiche e un progetto europeo rinnovato, più solidale e più inclusivo.

L’azione unitaria e i tavoli contrattuali

La nostra visione lungimirante, paziente e responsabile ha contribuito all’andamento costruttivo dei tavoli con il Ministro Poletti e dei tavoli contrattuali. È stata un’estate faticosa, di lavoro, ma siamo soddisfatti.

Fronte pensioni

I lavori del tavolo tecnico sulle pensioni hanno affrontato l’insieme delle questioni previdenziali contenute nella piattaforma unitaria, separando i temi da affrontare attraverso misure da inserire nella legge di stabilità, da quelli affrontabili in prospettiva.

Il Governo dovrebbe mettere a disposizione circa 2 Mld.

Con la legge di stabilità saranno date risposte ai seguenti temi:
– cumulo gratuito dei periodi retributivi e dei contributi maturati presso gestioni pensionistiche diverse;
– lavori usuranti e particolarmente faticosi e pesanti;
– uscita anticipata dal lavoro mediante il ricorso all’APE (prestito pensionistico);
– misure di intervento a favore dei lavoratori e delle lavoratrici precoci;
– tutela delle pensioni, estensione della platea dei beneficiari della quattordicesima mensilità, equiparazione No tax area pensionati-dipendenti e impegno a migliorare gli strumenti di perequazione al costo della vita;
– completamento delle salvaguardie (esodati) per i lavoratori rientranti nelle tipologie già previste dalle ultime salvaguardie, ma che matureranno i vecchi requisiti ante Fornero nei prossimi anni, utilizzando tutte le risorse finora risparmiate e destinate a tali scopi.

Gli argomenti sui quali, invece, continuerà il lavoro del tavolo tecnico per formulare ipotesi di soluzione sulle quali chiedere al Governo un impegno politico di prospettiva sono:
– eliminazione dell’automatismo dell’aumento dei requisiti pensionistici all’incremento dell’aspettativa di vita e diversificazione in base alle diverse categorie di lavoro;
– revisione dei criteri e delle modalità di calcolo e adeguamento dei coefficienti di trasformazione per il calcolo della pensione contributiva;
– rilancio delle adesioni alla previdenza complementare, investimento dei fondi pensione nell’economia reale e parificazione della tassazione sulle prestazioni pensionistiche complementari dei dipendenti pubblici al livello di quelli privati;
– previsione di strumenti di indicizzazione delle pensioni al costo della vita, che tengano maggiormente conto delle specifiche abitudini di consumo dei pensionati; – valorizzazione del lavoro di cura e della genitorialità nel sistema contributivo;
– valorizzazione dei contributi versati e delle posizioni previdenziali maturate nella gestione separata INPS.

Molte sono le questioni aperte sui temi che abbiamo posto in discussione, una discussione seria e responsabile. Quello che per noi è positivo è essere riusciti a portare, concretamente, il confronto sulla flessibilità in uscita (Ape) con un’attenzione particolare alle categorie più svantaggiate (Ape Social), sulla questione del sostegno fiscale ai pensionati più vulnerabili (No Tax Area), sul sostegno al reddito dei pensionati (interventi sulla 14a), nonché sulle questioni previdenziali relative al cumulo gratuito, ai lavoratori precoci e ai lavori usuranti.

Fronte lavoro

Oltre a correggere la legge Fornero, siamo impegnati a correggere e integrare il Jobs Act.

Il Jobs Act, insieme agli sgravi fiscali per le nuove assunzioni, ha senza dubbio contribuito a sbloccare un mercato del lavoro ormai quasi inaccessibile. Gli ultimi dati sull’occupazione ci segnalano un aumento di 189 mila occupati sul trimestre precedente, con una dinamica positiva in tutte le tipologie.

Ad ogni modo, questo non è sufficiente: le sole leggi non bastano a far crescere l’occupazione, servono investimenti, innovazione, ricerca. Infatti, ci sono alcune questioni ancora da risolvere, che la Cisl ha messo in evidenza, a partire dagli ammortizzatori sociali, dalle politiche attive e dai voucher.

Al tavolo aperto sui temi del lavoro la Cisl ha posto fin dall’inizio una serie di questioni legate alla tutela dei lavoratori nelle transizioni da lavoro a lavoro e nelle crisi aziendali, per migliorare e/o dare piena attuazione ad alcune parti del Jobs Act. È evidente, infatti, che il grado di affidamento dei lavoratori all’impresa sarà più alto e l’approccio cooperativo più forte se vi sarà un grado di assicurazione nel caso in cui le cose volgano al peggio.

Alcune risposte sulle emergenze nelle aree di crisi sono arrivate con le misure annunciate dal Ministro nei giorni scorsi, che saranno inserite nel decreto correttivo del Jobs Act che sarà emanato entro settembre.

Per le aree di crisi complesse, come individuate con decreto del Ministero dello Sviluppo economico:
– verranno stanziati 85 milioni di euro per finanziare ulteriori periodi di Cigs, in deroga alla normativa relativa alla durata massima, fino a un massimo di 12 mesi, nelle aree di crisi complesse, attualmente localizzate in 9 Regioni (Friuli Venezia Giulia, Toscana, Lazio, Puglia, Molise, Marche, Abruzzo, Umbria, Sicilia);
per i lavoratori che entro il 2016 hanno terminato o termineranno la fruizione di trattamenti di Aspi, Naspi, mobilità, si prevede un intervento di tipo sociale che garantirà un importo di 500 euro mensili per un periodo massimo di 12 mesi, senza i requisiti Isee, ma a condizione che le persone coinvolte si rendano disponibili a percorsi di politiche attive. Tale intervento sarà finanziato con 150 milioni di euro, più un concorso delle Regioni del 20% per le politiche attive.
La nostra valutazione è positiva, in quanto hanno trovato risposte una parte delle nostre richieste, sulla base delle risorse disponibili nell’immediato presso il Ministero del Lavoro per il 2016.

Ora ci aspettiamo che il confronto con il Governo prosegua sul Documento Confindustria, Cgil, Cisl e Uil sulle Politiche per il Lavoro del 1° settembre scorso. Abbiamo siglato questo accordo che mette insieme delle proposte comuni su crisi aziendali, ammortizzatori sociali, formazione e ricollocazione dei lavoratori e lo abbiamo inviato al Governo.

Questo è il nostro contributo concreto, fattivo e responsabile su tutte le questioni che riteniamo irrisolte e da affrontare con interventi di più lungo respiro per i prossimi anni, nella transizione alle nuove politiche del lavoro che sono già cambiate e che cambieranno per effetto del Jobs Act.

Il Documento, scaturito dalla comune riflessione in seguito al nuovo rallentamento del Pil e al forte ritardo nell’attuazione della riforma delle politiche attive, è un insieme coerente di proposte, anche con alcuni correttivi alla normativa relativa agli ammortizzatori sociali dettata dal Jobs Act, con l’obiettivo di affrontare al meglio la difficile situazione congiunturale e governare con più efficacia i processi di transizione industriale nei prossimi anni, con un modello innovativo di gestione delle crisi e delle ristrutturazioni aziendali che mette al centro la ricollocazione dei lavoratori, assegnando alle parti sociali, attraverso la contrattazione, un ruolo attivo e di grande responsabilità. Peraltro proponiamo di finanziare queste misure utilizzando parte del contributo di finanziamento dell’indennità di mobilità (lo 0,30%), che dal 2017 non sarà più dovuto, visto che la mobilità scomparirà definitivamente, sostituita dalla Naspi.

In particolare, sono state individuate specifiche soluzioni da adottare in due differenti contesti:
– nelle imprese interessate dalla CIGS, laddove siano previsti esuberi, si propone, attraverso un accordo sindacale, la condivisione di un “piano operativo di ricollocazione” finalizzato a favorire la formazione e la ricollocazione dei lavoratori già durante il periodo di cassa integrazione, rendendo conveniente la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. Per le attività di formazione e di ricollocazione professionale le parti hanno previsto la possibilità di operare attraverso i fondi interprofessionali;
– nelle sole imprese che operano in Aree di crisi industriale complessa e non complessa, laddove vi siano concrete possibilità di rilancio delle attività produttive, si propone di derogare al limite complessivo di durata della cassa integrazione (deroga di 24 mesi per riorganizzazione, di 12 mesi per crisi aziendale, di 6 mesi nel caso di impresa che cessi l’attività), nonché, per il triennio 2017-2020, di prolungare la Naspi di 24 mesi, 36 mesi per il Sud, in considerazione, anche, della complessità e dei tempi che caratterizzano le operazioni di reindustrializzazione.

Dunque, un nuovo approccio alla gestione delle crisi e delle ristrutturazioni aziendali, che fa perno sulla formazione, in vista della ricollocazione dei lavoratori e affronta le crisi aziendali dal punto di vista dell’impresa e dei lavoratori, con l’obiettivo di ridurre il numero di licenziamenti, costruire un moderno ed efficace sistema di riqualificazione professionale, con il coinvolgimento attivo delle imprese e del sindacato, valorizzando, così, la contrattazione. E per le sole aree di crisi, al fine di favorire i processi di reindustrializzazione, una richiesta di prolungamento mirato degli ammortizzatori sociali.
Ma ci sono altri aspetti delle politiche del mercato del lavoro sui quali siamo impegnati nel confronto.

Il Governo sembra intenzionato a ripensare le modalità con cui si rende conveniente per le imprese l’accesso al lavoro stabile. Abbiamo portato al tavolo con il Governo la richiesta di prevedere anche nel 2017 un intervento che faccia costare il lavoro a tempo indeterminato meno delle altre tipologie contrattuali. Noi siamo aperti ad un confronto al riguardo, sapendo che si tratta di un tema delicato perché coinvolge la possibilità per coloro che lavorano di costruirsi un credito pensionistico che li porti ad una futura pensione adeguata e dignitosa.

Dopo il contrasto al falso lavoro autonomo è arrivato il momento di rafforzare le tutele, soprattutto quelle assistenziali e previdenziali, degli iscritti alla Gestione separata Inps. E poi l’aumento abnorme dell’utilizzo dei voucher, nati per far emergere lavoro nero e ora, paradossalmente, divenuti strumento per nasconderlo dimostra che restano ancora forti sacche di precarietà.

La Cisl, pur apprezzando le norme proposte dal Governo per la tracciabilità del voucher, ritiene urgente riportarne l’utilizzo ad attività che siano realmente accessorie o occasionali, da stabilire per legge (piccoli lavori domestici, assistenza domiciliare, supplenze private ecc.), affidando alla contrattazione collettiva, anche aziendale, la possibilità di ampliare tale elenco.

Il 21 settembre avremo il confronto politico con il Governo a chiusura dei tavoli su Lavoro e Pensioni. Entro il 27 settembre, con la variazione al Def, capiremo quali e quante risorse su questi temi il Governo inserirà nella legge di Stabilità 2017.

Per noi tutte queste riforme sono necessariamente legate a quello che per la Cisl è fondamentale, cioè migliorare le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici attraverso i contratti e la contrattazione. E lo stiamo facendo, insieme a Cgil e Uil, anche con la nostra proposta per un Nuovo modello contrattuale, che sta raccogliendo consensi e adesioni da varie parti datoriali.

Quel che è certo è che l’iniziativa unitaria del sindacato confederale ha avuto un’accoglienza in termini di riscontro e condivisione molto forte: si sono aperti tavoli di confronto con tutte le maggiori organizzazioni datoriali (Artigianato, Centrali Cooperative, Confcommercio, Confapi, Confprofessioni…). Si tratta di tavoli in gran parte a stato avanzato di condivisione, rispetto ai quali si può immaginare una conclusione del negoziato già nelle prossime settimane. Siamo, infatti, alle battute finali con Confcommercio e Confprofessioni; abbiamo chiuso il tavolo con Confapi sul modello contrattuale, sulla rappresentanza e sulla detassazione. Con gli Artigiani tra un paio di giorni ci sarà un incontro nel quale intendiamo definire la parte che riguarda il modello contrattuale e la rappresentanza e prenderci l’impegno in un successivo incontro per chiudere anche sul tema della detassazione.

Anche l’intesa con Confindustria, che ho già illustrato, centrata sul lavoro attraverso il potenziamento delle politiche attive e passive si inquadra in questo contesto. Un’intesa che segue quella di luglio sul salario di produttività e sul welfare e che andrà completata con un accordo su nuove e moderne relazioni industriali.

Care Amiche, Cari Amici

Stanno emergendo tutti i nodi storici determinanti per il futuro dell’Europa, dell’Italia e, conseguentemente, del lavoro e della democrazia.
Abbiamo i valori etici, la strategia, il progetto per offrire il contributo che compete, più che mai, al nostro ruolo di rappresentanza del lavoro. Intendiamo esercitarlo, con responsabilità e con assoluta determinazione, sino in fondo.

>> SCARICA la relazione 13-sett-2016

TERRORISMO, COMUNITA’ ISLAMICA DENUNCI NEMICI DELLA PACE

Scritto da FAI Cisl FVG on . Postato in Informative



Comunicato rilasciato dal nostro Segretario nazionale, SAADY


Una casa fondata sulla rettitudine e sulla pace: questo è l’Islam. Come ha ben scritto Tahar Ben Jelloun, le basi del nostro credo sorreggono un edificio che è prima di ogni cosa un luogo di fratellanza, di libera, gioiosa e prosperosa convivenza. La follia omicida, la barbarie di chi uccide innocenti, non ha nulla a che fare con la nostra fede. Lo abbiamo detto mille volte, ma dirlo, ormai, non è più sufficiente. Non dopo le stragi di Dacca e Nizza; non dopo quanto accaduto nella chiesa di Rouen, in Normandia. Parlare non basta più. La comunità islamica italiana, vittima eccellente di questa folle escalation terroristica, deve ribellarsi a gruppi e individui che non sono “fratelli che sbagliano”. Sono assassini, folli sanguinari, che non hanno alcun credo e le cui azioni sono un abominio per l’Islam e per qualunque altra religione.

La Fai Cisl sostiene le ragioni di una pacifica convivenza e del dialogo interreligioso; in ambito contrattuale, conferma il suo impegno affinché nella negoziazione di secondo livello trovino risposte le esigenze legate ai culti religiosi. tolleranza Il 32% degli stranieri presenti in Italia è costituito dai musulmani, molti dei quali sono impiegati nei settori dell’agroalimentare. Uomini e donne che, seguendo la tradizione dell’Islam, conducono una vita retta, si impegnano per creare condizioni di sviluppo e prosperità, credono profondamente nel dialogo interreligioso, si battono per la giustizia, la tutela dei diritti umani, la solidarietà e la pace. Questa è la nostra casa. E chi pensa di poterla sfregiare, abbattere e rifondare su basi d’odio non vi appartiene. I musulmani italiani, i fratelli e le sorelle che vivono in Italia, devono riconoscere la mutazione genetica avvenuta in ambienti che non hanno più nulla a che fare con la nostra comunità.

uniti Queste frange sono animate da un fanatismo violento e oscurantista che mortifica l’Islam.

E per questo vanno isolate, denunciate ed espulse.

Dobbiamo superare la paura e dar concretezza alla nostra rabbia, la rabbia di chi sente violata la propria dimora. Dobbiamo far sentire la nostra voce, organizzarci, mettere in chiaro che la tremenda guerra che si sta aprendo in questo primo scorcio di millennio non è una guerra di religione. Perché non esiste alcuna relazione tra queste persone, tra questi atti orrendi e la parola “Islam”. Dobbiamo essere noi, tutti noi, a metterlo in chiaro. E non più solo con le parole, ma isolando e denunciando chi sceglie il terrore.

Cosa sono i voucher?

Scritto da FAI Cisl FVG on . Postato in Informative

a cura di Claudia Sacilotto, segretaria generale FAI-Cisl Friuli Venezia Giulia

I voucher o buoni lavoro sono la forma di remunerazione per le prestazioni di lavoro accessorio per l’esecuzione di attività ‘meramente occasionale’ prevista dal Dlgs 276/2003 modificato con la legge n. 92/2012 e ultimamente con il decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81 art. 48, 49 e 50 che nello specifico introduce novità in merito al:

– limite massimo del compenso che il prestatore (lavoratore) può percepire;
– speciali possibilità di remunerazione con i voucher sono previste per i soggetti percettori di prestazioni integrative del salario e/o prestazioni a sostegno del reddito;
– obbligo di comunicazione preventiva in capo al committente – imprenditore o professionista (datore);
– possibilità di acquisto esclusivamente telematica da parte di committenti imprenditori o professionisti, salvo specifiche deroghe.

La riforma ha comunque inserito alcuni paletti volti a scoraggiarne l’uso improprio.

Il lavoro accessorio è stato esteso a tutti i settori produttivi, con speciali disposizioni per il lavoro agricolo, abrogando e sostituendo integralmente gli articoli da 70 a 73 del Dlgs 276/2003, quindi qualunque committente privato o pubblico (datore di lavoro) può rivolgersi a qualunque prestatore di lavoro (lavoratore), anche minore (nel rispetto delle norme in materia di salute sui luoghi di lavoro) per ottenere questo tipo di collaborazione.


compensi percepiti sono utili alla determinazione del reddito necessario per il rilascio/rinnovo del permesso di soggiorno per i lavoratori extracomunitari (art. 48, 5 co.d. lgs. n. 81 del 2015).


Le prestazioni di lavoro occasionale accessorio genuine non rientrano nel tipo contrattuale del rapporto di lavoro subordinato e pertanto, il lavoratore, non essendo considerato a nessun effetto lavoratore dipendente, non avrà diritto alle prestazioni che la gestione ordinaria Inps offre, quali: indennità dii malattia,, assegni familiiari, pensione come lavoratore dipendente, maternità e tantomeno diisoccupazione dii allcun genere.

Riepilogo per il settore agricolo



Imprenditori commerciali o professionista Il compenso massimo nel corso dell’anno è di € 2.000 per ogni singolo committente.

Percettori

Valore economico – misura del voucher

In attesa dell’emanazione del decreto di cui al comma 1 dell’art. 49, e fatte salve le prestazioni rese nel settore agricolo, la legge n. 92/2012 aveva già chiarito il valore orario del voucher in € 10,00 salvo migliori intese tra le parti; il cui importo sarà così suddiviso:

  • al lavoratore andrà il 75% pari a € 7,50
  • Inps contribuzione gestione separata 13% pari a € 1,30

  • Inail 7% pari a € 0,70

  • Gestione amministrativa riservata all’Inps 5% pari a € 0,50

    Il valore nominale è fissato con decreto del Ministero del Lavoro e verrà periodicamente aggiornato e deve essere preceduto da “confronto con le parti sociali”.
    Per il settore agricolo, tenuto conto delle sue specificità e in attesa della nuova determinazione dell’importo orario del voucher, fermo restando l’attuale suo valore “nominale”, il Ministero ha chiarito che è possibile far riferimento alla retribuzione oraria delle prestazioni di natura subordinata come individuata dalla contrattazione collettiva di riferimento comparativamente più rappresentativa.

  • Modalità di acquisto

    L’art. 49, comma 1, prevede l’obbligo – in capo al committente – di acquistare esclusivamente con modalità telematiche uno o più carnet di buoni orari, numerati progressivamente e datati. Il comma 8, mantiene, invece, ferma la previgente disciplina fino al 31/12/2015 per l’utilizzo dei buoni già richiesti alla data di entrata in vigore (15 giugno 2015) del Dlgs 81/2015.

    Comunicazione telematica della prestazione di lavoro accessorio

    L’art. 49, comma 3, prevede l’obbligo – in capo al committente – di comunicare alla Direzione territoriale del lavoro competente, prima dell’inizio della prestazione, attraverso modalità telematiche, ivi compreso sms o posta elettronica, i dati anagrafici e il codice fiscale del lavoratore nonché il luogo della prestazione lavorativa, con riferimento ad un arco temporale non superiore ai trenta giorni successivi.